Save Our Souls
2026
Puntasecca su acetato stampata su carta giapponese, lametta
67 x 100 x 1 cm
Nel contesto attuale di disagio e precarietà, fattori che minano fortemente la salute mentale, ho scelto di affrontare una violenza intima nella quale vittima e carnefice coincidono. L’autolesionismo è un gesto con forte intenzionalità verbale: richiede di essere letto e non solamente guardato. Con l’opera Save Our Souls voglio sottolineare la natura semiotica dell’atto autolesionistico. I segni lasciati dalla lametta costituiscono il segnale SOS - da cui Save Our Souls - espressi in codice Morse; il gesto del tagliarsi è una richiesta d’aiuto criptica, un messaggio in codice da decifrare. Il messaggio verbale preciso ma celato si manifesta visivamente violento; la mia intenzione è quella di provocare una riflessione su significato e significante del gesto violento autoinflitto. La richiesta d’aiuto è codificata e non leggibile da tutti: c’è quasi una vergogna, la paura del giudizio nell’esporsi in quanto fragili. La vittima del disagio profondo vuole mandare una richiesta, c’è in lei consapevolezza del bisogno di aiuto, ma la paura del come la società la vede la porta a criptare il messaggio e a diventare esecutrice della violenza su di sé; di conseguenza si trova ad essere doppiamente vittima. L’essenzialità della forma e la povertà estetica, volute e ricercate da me nell’opera, sono giustificate dalla volontà di dare la massima importanza al significato. La scelta della puntasecca, tecnica incisoria che consiste nell’incidere direttamente la lastra, è motivata dalla volontà di replicare nel gesto esecutivo l’atto violento e volontario analogo all’autolesionismo. La lametta, prelevata dal mondo reale, contrasta con la dimensione dei segni: indirizza l’attenzione sulla traccia e non sullo strumento, in tal modo si focalizza il codice. L’opera è simbolo.